di Lina Angela Barbieri
Napoli 9 agosto 2025 – Ieri, nella sede della Regione Campania, si è consumata una scena che dovrebbe indignare chiunque abbia ancora un briciolo di senso civico. I due tiktoker Rita De Crescenzo e Angelo Napolitano hanno messo in scena il loro spettacolo — uno show sguaiato e privo di pudore — trasformando un luogo istituzionale in una passerella di volgarità. Non è più semplice intrattenimento leggero: è il trionfo del trash più becero, l’apoteosi dell’ostentazione del nulla.
Ormai, sui social, trovano spazio personaggi che non solo mancano di talento, ma che spesso hanno alle spalle storie di illegalità, comportamenti antisociali o addirittura condanne. Si proclamano “influencer” quando, in realtà, influenzano soltanto verso il basso, alimentando odio, rancore e rivendicazioni personali. Non è più questione di cattivo gusto: è una questione di degrado culturale e, in certi casi, di sicurezza pubblica.
Questi individui usano piattaforme seguite da milioni di persone per proclamare vendette, lanciare accuse senza prove, offendere chiunque non sia allineato alla loro narrativa, condividendo il peggio di sé come fosse un trofeo. Il risultato? Un pubblico che non solo assiste passivamente, ma spesso applaude, incoraggia, partecipa, diventando complice di un circolo vizioso di volgarità e violenza verbale.
Siamo arrivati a un punto in cui non basta più indignarsi: ci vorrebbe un vero e proprio Daspo digitale, una misura di esclusione dai social per chi usa queste piattaforme per ledere la dignità altrui o diffondere contenuti che nulla hanno a che vedere con la libertà di espressione. Perché la libertà di parola non è — e non deve mai essere — libertà di infangare, minacciare o distruggere la reputazione altrui.
La domanda è: chi controlla tutto questo? Chi sorveglia? Chi interviene quando il limite viene superato? Le piattaforme digitali si nascondono dietro algoritmi opachi e politiche di moderazione ambigue. Le istituzioni, dal canto loro, sembrano inerti, incapaci o poco inclini ad affrontare un fenomeno che cresce a una velocità esponenziale.
Il paradosso è che oggi chiunque, anche il più irresponsabile, può distruggerti pubblicamente con una manciata di frasi in un video virale. E quando il danno è fatto, quando la tua immagine è stata infangata davanti a centinaia di migliaia di persone, nessuno paga davvero il prezzo della calunnia. L’offensore si trincera dietro un “era solo un’opinione” o, peggio, dietro il sarcasmo. La vittima, invece, resta sola, schiacciata sotto il peso di una gogna che non si spegne mai, perché su internet nulla scompare davvero.
Non si tratta solo di “casi isolati”. È un modello di comunicazione che sta contaminando la società: se funziona lo scandalo, se fa visualizzazioni l’insulto, se la violenza verbale ti rende virale, allora sempre più persone sceglieranno questa strada. Stiamo assistendo a una mutazione antropologica: l’attenzione non è più catturata dalla competenza, dalla creatività o dalla verità, ma dalla capacità di scioccare, dividere, umiliare.
Il web è nato come spazio di condivisione e libertà. Oggi rischia di trasformarsi in una discarica dell’anima, dove si getta tutto ciò che di peggiore abbiamo dentro, nella speranza che qualcuno raccolga e applauda. Ma ogni applauso dato a questo degrado è un mattone tolto al muro della civiltà.
Non possiamo più limitarci a dire “è solo internet”. Internet è la nuova piazza, il nuovo bar, la nuova scuola, la nuova piazza politica. Quello che succede lì ha ricadute enormi nel mondo reale: crea emulazione, normalizza comportamenti inaccettabili, sposta l’asticella di ciò che è considerato “accettabile”.
È il momento di chiedere con forza regole più chiare, pene più severe per chi diffonde odio e calunnie, e soprattutto educazione digitale sin dalle scuole. Perché se non si interviene, il futuro sarà sempre più ostaggio di chi urla più forte, non di chi ha qualcosa di vero da dire.
E in questo futuro, se non cambiamo rotta, rischiamo di diventare tutti bersagli, tutti vittime potenziali. Perché il veleno che oggi viene riversato sugli altri, domani potrebbe essere diretto a noi.
C’è poi un altro aspetto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la salute della nostra democrazia: la legittimazione implicita che queste figure ottengono quando vengono invitate o accolte in contesti istituzionali. Non è solo una questione di cattivo gusto: è un segnale devastante. Significa abbattere, in un solo colpo, la distanza simbolica tra chi dovrebbe rappresentare valori e competenze e chi basa la propria popolarità sul degrado, sull’irrisione delle regole e sulla spettacolarizzazione della volgarità. È come se, aprendo quelle porte, si dicesse a milioni di follower: “È questo il modello a cui aspirare”.
Ma il problema non si ferma ai due protagonisti di ieri. È più ampio, sistemico, e riguarda la direzione che sta prendendo l’intera cultura digitale. I social, nati come strumenti di connessione, informazione e condivisione, sono diventati arene in cui vince chi urla di più, chi provoca di più, chi riesce a strappare il massimo dell’indignazione possibile. E in questo circo mediatico, la verità non conta più: conta la performance. Così, in un attimo, si può distruggere una reputazione, instillare odio, alimentare sospetti — senza alcuna conseguenza per chi diffonde il veleno.
È qui che dovrebbe entrare in gioco un concetto nuovo, eppure urgente: un “Daspo digitale”, una sospensione forzata dalle piattaforme per chi, in modo reiterato, utilizza il proprio seguito per colpire persone, fomentare odio o travalicare ogni limite di decenza. Non è censura: è protezione della collettività, così come lo è togliere la patente a chi guida ubriaco o vietare l’accesso a uno stadio a chi semina violenza.
Il nodo, però, è che nessuno vuole assumersi la responsabilità di controllare. Le piattaforme si nascondono dietro le logiche di mercato (“gli utenti decidono”), le istituzioni dietro la burocrazia e il timore di sembrare autoritarie. E intanto, giorno dopo giorno, la nostra percezione di ciò che è normale e accettabile si sposta sempre più in basso. È la logica della rana nella pentola: non ci accorgiamo che l’acqua sta bollendo, finché non è troppo tardi.
E allora la domanda diventa: vogliamo davvero continuare a essere spettatori passivi di questo imbarbarimento? O vogliamo cominciare a pretendere regole chiare, responsabilità precise, limiti invalicabili? Perché la libertà di espressione è un bene immenso, ma non può trasformarsi nel diritto di demolire la dignità altrui sotto i riflettori di un social. Non possiamo più restare fermi, mentre la civiltà si svende per qualche migliaio di visualizzazioni.