Spunti di riflessione: “Mia moglie”, il club segreto della vergogna chiuso da Facebook

di Lina Angela Barbieri 

Immaginate una stanza chiusa, senza finestre. Trentaduemila uomini seduti attorno a un tavolo invisibile. Non ridono, non scherzano davvero: si passano fotografie intime di donne inconsapevoli. Mogli, compagne, fidanzate. Le immagini scorrono di mano in mano, appendendosi alle pareti virtuali come trofei di caccia. Ogni scatto diventa un applauso, ogni corpo un oggetto, ogni donna una preda.

È accaduto davvero, dentro un gruppo Facebook dal titolo apparentemente innocuo: “Mia moglie”. Dietro la patina di una parola che dovrebbe evocare amore, rispetto e intimità, si celava un mercato oscuro, un’arena digitale dove la privacy veniva calpestata e trasformata in spettacolo.

E non servivano scantinati né circoli clandestini: bastava un clic. L’anonimato dei nickname diventava maschera, e la violenza si travestiva da complicità. Non parliamo di maniaci isolati, di “mostri” facilmente etichettabili. No: erano uomini comuni. Colleghi di lavoro, padri che la sera accompagnano i figli a calcetto, vicini che salutiamo per strada. La normalità che si piega e rivela la sua faccia più marcia.

Meta ha chiuso il gruppo, dopo le denunce di associazioni e cittadini indignati. Una piccola vittoria, certo. Ma somiglia più al gesto di chi spazza la polvere sotto il tappeto. Perché già nascevano gruppi “di riserva”, cloni su Telegram, nuove pagine pronte ad accogliere la stessa merce tossica. È il gioco crudele dell’idra: tagli una testa e ne spuntano due.

La parte più inquietante non è il gruppo in sé, ma ciò che rappresenta. È lo specchio di una cultura del possesso che ancora ci abita, silenziosa ma potente. Una cultura che non vede il corpo femminile come luogo sacro di libertà, ma come proprietà da gestire, da esibire, da mercanteggiare. Quelle foto non erano “solo immagini”: erano un tradimento della fiducia, una violenza che non lascia lividi ma scava dentro.

Eppure, come sempre, qualcuno minimizza. “Sono cose da internet”. “È goliardia maschile”. Due frasi che pesano più di mille offese, perché normalizzano l’abuso, lo rendono quasi accettabile. Come se fosse naturale che un uomo possa condividere l’intimità di una donna senza chiederle nulla. È così che la violenza si insinua: non solo attraverso chi la compie, ma anche grazie a chi la giustifica, a chi la riduce a “scherzo”, a chi distoglie lo sguardo.


Non possiamo non pensare a Gisèle Pélicot, stuprata per dieci anni da uomini conosciuti su un forum online simile a questo. Tutto era iniziato da una comunità virtuale, e si era trasformato in una prigione reale. La linea che separa l’abuso digitale da quello fisico è sottile, quasi trasparente. Ci ricorda che la violenza, quando viene celebrata e applaudita, trova sempre il modo di incarnarsi nella realtà.

Il gruppo “Mia moglie” è stato cancellato. Ma i 32.000 uomini che lo popolavano non sono spariti. Continuano a camminare tra noi, a sedersi nei nostri bar, a stringerci la mano, a votare. La verità che fa più paura è questa: non sono mostri, non sono alieni. Sono uomini normali. E proprio questa normalità dovrebbe inquietarci. Perché se la violenza è diffusa in modo così ordinario, allora non basta più indignarsi: occorre guardarla in faccia e smontarla pezzo per pezzo.

La domanda, allora, non è se Meta abbia fatto bene a chiudere il gruppo – ovviamente sì. La vera domanda è: quanto ancora dovremo aspettare prima che una società intera chiuda la mentalità che lo ha reso possibile?

Questa vicenda ci lascia in eredità un compito scomodo: smettere di pensare che la violenza contro le donne sia sempre il gesto estremo di un folle. Spesso è la conseguenza di piccole complicità quotidiane, di silenzi che si accumulano, di battute che sembrano innocue e invece scavano un solco profondo. È un terreno fertile che permette a 32.000 persone di unirsi e sentirsi persino legittimate.

Chiudere un gruppo Facebook è facile. Molto più difficile è chiudere il circolo vizioso che trasforma le donne in “proprietà” e gli uomini in complici. E finché non avremo il coraggio di nominarlo per ciò che è – una forma di violenza sistemica – continueremo a rincorrere idre velenose, senza mai arrivare alla radice.

E forse l’immagine finale è questa: migliaia di uomini raccolti in quella stanza senza finestre, con le pareti tappezzate di fotografie. Poi un gesto improvviso: le donne strappano quei fogli uno a uno, li riducono in brandelli e spalancano una finestra. La luce irrompe, accecante, e dissolve quell’oscurità complice.

Solo allora capiremo che il vero antidoto non è un clic che chiude una pagina, ma la coscienza collettiva che rompe un’abitudine. La luce, insomma, non la porta Meta.

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