Caporalato nel Casertano, immigrati sfruttati da altri connazionali: inchiesta della Procura e carabinieri Lavoro

Caserta, 7 ottobre 2026 – Dieci indagati, quattro misure cautelari e un sistema di reclutamento dei braccianti che, secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, avveniva quotidianamente sulla pubblica via, alla luce del sole. L’inchiesta sul caporalato nelle campagne del Casertano racconta di lavoratori stranieri intercettati alla rotonda di Villa Literno e in alcuni vicoletti della zona, poi smistati nei terreni agricoli di Villa Literno, Casal di Principe e Grazzanise.

Il Gip ha disposto l’obbligo di dimora a Mondragone per Mohammed Ben Hammad, detto “zio”, 66 anni, nato in Marocco e residente a Mondragone. Per Leonard Istrefi, detto “Leo”, 28 anni, nato in Albania e residente a Villa Literno; Satpal Singh, detto anche “Espì”, 48 anni, nato in India e senza fissa dimora; e Hari Bhushan, detto “Pandit”, 30 anni, nato in India e senza fissa dimora, è stato invece disposto l’obbligo di presentazione quotidiana, dalle 14 alle 17, presso i carabinieri territorialmente competenti per il Comune di residenza.

Il Gip ha rigettato nel resto le richieste cautelari.

Gli altri sei indagati sono Agostino Salzano, 38 anni, nato a Massa di Somma e residente a Villa Literno; Mirjeta Lusha, 43 anni, nata in Albania e residente a Villa Literno; Ergys Plaku, 37 anni, detto “Eddy” o “Hari”, nato in Albania e residente a Napoli; Costantino Esposito, 48 anni, nato a Napoli e residente nel capoluogo; Boukhari Derbali, 52 anni, detto “Bukari”, nato in Tunisia, residente a Trentola Ducenta e di fatto domiciliato a Parete; e Boubaker Monir, 45 anni, nato in Marocco e residente a Falciano del Massico.

L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Armando Bosso, è stata condotta dai Carabinieri del Comando Tutela del Lavoro. Alla conferenza stampa negli uffici della Procura erano presenti il procuratore della Repubblica Pierpaolo Bruni, il procuratore aggiunto Graziella Arlomede, il tenente Domenico Musto, comandante della prima sezione del Reparto Operativo Tutela del Lavoro di Roma, il luogotenente Angelo Mesto e il maresciallo Piero Di Fusco, capo del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Caserta.

Il procuratore Bruni ha definito «gravi» i fatti emersi dall’indagine, sottolineando un elemento che rende ancora più significativo il quadro investigativo: il reclutamento avveniva «sulla strada pubblica, alla luce del sole», nell’indifferenza di molte persone che non avrebbero denunciato il fenomeno, anche perché, secondo il procuratore, potrebbero essere ormai assuefatte a simili situazioni.

Ma c’è anche un elemento positivo, ha sottolineato Bruni: 17 braccianti hanno deciso di collaborare con gli investigatori, trovando il coraggio di denunciare i propri sfruttatori.

Ed è stata proprio la denuncia di uno di loro a far partire l’inchiesta. Un lavoratore straniero ha rotto per primo il muro del silenzio, raccontando agli investigatori le condizioni di lavoro alle quali era sottoposto. Dopo quella prima denuncia sono arrivati gli altri lavoratori, le cui dichiarazioni hanno consentito di ricostruire il sistema attraverso appostamenti, intercettazioni e riprese video.

Le vittime erano soprattutto lavoratori provenienti dall’India e dal Pakistan. Secondo la ricostruzione accusatoria, venivano reclutati ogni mattina sulla strada e poi accompagnati nei campi. Un’organizzazione che avrebbe consentito di disporre quotidianamente della manodopera necessaria per le attività agricole.

Particolarmente pesante il capitolo relativo ai trasporti. I lavoratori venivano caricati su furgoni omologati per nove persone, ma all’interno dei quali sarebbero state stipate anche 25-30 persone. In alcuni casi si trattava di mezzi destinati al trasporto delle merci e privi di finestrini. Una modalità di trasporto che, per le condizioni e il numero di persone ammassate, richiama l’immagine di un vero e proprio carro bestiame.

Non era soltanto il viaggio a essere segnato da condizioni estreme. Nei campi i braccianti avrebbero lavorato per molte ore, senza adeguati periodi di riposo, per compensi particolarmente bassi. In uno dei contesti ricostruiti nell’indagine, le retribuzioni arrivavano da 0,80 a 1,50 euro, mentre ai lavoratori venivano richiesti anche tre euro ciascuno da consegnare al caporale.

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