OPINIONE | GIORNALISMO ED ETICA
L’inquisitore nella rete: il prezzo della credibilità, l’illusione dell’impunità e lo sconcerto del pubblico
di Angela Barbieri
Le vicende attorno al caso Ranucci-Lavitola riaprono una ferita profonda sul rapporto tra giornalismo d’inchiesta, fonti manipolatorie e la fiducia del pubblico.
Nel giornalismo d’inchiesta esiste un confine sottilissimo tra il governare una fonte e l’esserne, anche inavvertitamente, condizionati. La vicenda che vede intrecciarsi il nome di Sigfrido Ranucci a quello di un personaggio spregiudicato come Valter Lavitola non è solo una cronaca giudiziaria dai tratti surreali: è una spaccatura profonda nel rapporto di fiducia tra l’informazione d’assalto e il suo pubblico.
Fino a che punto si può arrivare? L’illusione dell’impunità
Dinanzi a questi dettagli, la prima reazione non può che essere di sgomento: fino a che punto ci si può spingere pur di raggiungere i propri scopi? Arrivare a concepire o alimentare contesti di minaccia al solo scopo di generare capitale politico, visibilità o potere negoziale appartiene al registro della manipolazione più spietata. Un teatro amorale in cui la sicurezza e la verità diventano mera merce di scambio.
Ma c’è un ulteriore interrogativo che lascia attoniti: davvero un manipolatore come Lavitola credeva sul serio di farla franca? Davvero coltivava la presunzione che gli inquirenti non sarebbero mai arrivati a dipanare una trama così assurda e artificiosa? È la tipica hybris di chi è abituato a muoversi nelle zone d’ombra della politica e degli affari, convinto che il rumore mediatico e il depistaggio bastino a coprire le proprie tracce. Una sfrontata sovrastima dei propri mezzi che finisce puntualmente per schiantarsi contro la realtà delle indagini.
«Se viene meno la garanzia che il giornalista sappia discernere la verità dalla manipolazione prima di portarla in prima serata, a vacillare non è solo il singolo scoop, ma la tenuta morale di un’intera narrazione.»
L’amarezza degli stimatori e la spaccatura nel pubblico
Se il cinismo dei manipolatori non sorprende più di tanto, il vero trauma culturale e deontologico riguarda ciò che accade dall’altra parte dello schermo.
La sensazione dominante, oggi, è un misto di sconcerto e profonda diffidenza. L’opinione pubblica — e in particolare quella fetta di cittadini che in Ranucci e nel suo giornalismo ha sempre visto un baluardo di intoccabile rettitudine — si ritrova basita, confusa e smarrita.
Chi lo ha stimato e difeso in ogni battaglia oggi si pone domande scomode: com’è possibile che un cronista di tale esperienza, abituato a scandagliare i segreti altrui, non abbia riconosciuto le trame imbastite al suo fianco per anni? Come può l’occhio clinico dell’inquisitore essersi fatto annebbiare da una vicinanza così opaca?
Anziché risposte chiare, sui metodi e sul rigore dell’intera attività investigativa si addensa una coltre di dubbi legittimi. Se viene meno la garanzia che il giornalista sappia discernere la verità dalla manipolazione prima di portarla in prima serata, a vacillare non è solo il singolo scoop, ma la tenuta morale di un’intera narrazione.
L’esigenza di un passo indietro
L’informazione d’inchiesta si regge su una valuta fragile e non duplicabile: la credibilità. Quando un giornalista assume il ruolo di giudice morale della società e mette sotto la lente d’ingrandimento le istituzioni, la sua terzietà e la sua capacità di giudizio devono essere al di sopra di ogni sospetto.
Di fronte a ombre così ingombranti e al legittimo disorientamento dei lettori, la richiesta di un passo indietro non nasce da uno spirito giustizialista, ma dal rispetto verso i cittadini e verso la funzione civile dell’informazione. Quando sul «controllore» gravano perplessità così gravi sulla capacità di valutazione, fare un passo di lato e ritirarsi a meditare diventa un atto dovuto.
Un periodo di eclissi non sarebbe un’ammissione di colpa, ma una necessaria pausa di responsabilità deontologica. Perché il pubblico ha bisogno di credere nella verità, ma per farlo deve prima potersi fidare ciecamente di chi gliela racconta.



